Gay & Bisex
Carico proibito 9
18.10.2026 |
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"Scese, salutò Paolo con una stretta di mano e un sorriso, poi si avvicinò a Mauro e gli diede un bacio pieno in bocca, senza preavviso..."
Il primo cazzo era spesso e già gocciolante. Mauro lo prese fino in fondo, la lingua che lavorava come gli aveva insegnato Paolo. L’uomo ansimava sopra di lui, una mano pesante sui capelli biondi. Dopo poco si ritrasse e venne sulla faccia di Mauro, caldo, a schizzi. Il secondo non aspettò: gli entrò in bocca ancora prima che il nipote avesse deglutito. Paolo restava di fianco, una mano sulla nuca di Mauro, l’altra che ogni tanto gli accarezzava la schiena nuda sotto la maglietta sollevata.
Ne arrivarono altri. Tre, quattro, cinque. Alcuni si facevano leccare e pompare, altri gli scopavano la bocca con colpi più decisi. Mauro aveva le ginocchia che bruciavano sull’asfalto, la saliva e la sborra che gli colavano sul mento e sul collo. Ogni tanto alzava gli occhi e vedeva lo zio che osservava, il cazzo ancora duro fuori dai pantaloni, ma senza toccarsi. Sembrava godere più a guardarlo che a partecipare.
Quando l’ultimo del gruppetto si fu scaricato sulla lingua di Mauro, Paolo lo sollevò con delicatezza e lo fece alzare. Gli asciugò il viso con il dorso della mano, poi gli girò le spalle verso il camion.
«Mani sul parafango. Culo fuori.»
Mauro obbedì. Paolo gli calò completamente i pantaloncini e i boxer, gli aprì le natiche e gli sputò sopra. Questa volta non usò le dita. Spinse il cazzo dentro tutto d’un colpo. Mauro gemette forte, la fronte contro il metallo freddo del camion. Paolo cominciò a fotterlo con colpi lunghi e pesanti, tenendolo fermo per i fianchi.
Due degli uomini che erano rimasti si avvicinarono di nuovo. Uno si mise davanti a Mauro e gli riempì di nuovo la bocca. L’altro, più giovane, si chinò e cominciò a leccargli le palle e il cazzo mentre lo zio lo scopava. Mauro era pieno da tutte le parti: il cazzo di Paolo che gli apriva il culo, quello dell’altro in gola, e la lingua calda che gli lavorava sotto.
Paolo accelerò. I colpi divennero più secchi, più profondi. A ogni spinta Mauro veniva spinto in avanti sul cazzo che aveva in bocca. Quando lo zio venne, lo fece sentire: un ringhio basso, il corpo che si tese, il calore che si spargeva dentro di lui a ondate. Restò sepolto fino in fondo qualche secondo, poi uscì. Un filo di sborra scivolò subito fuori e gli colò lungo una coscia.
L’uomo che aveva in bocca si scaricò subito dopo, costringendolo a deglutire. Il più giovane, quello che gli leccava, si alzò e si segò fino a venire sulla schiena nuda di Mauro.
Poi, uno dopo l’altro, si allontanarono. Qualcuno disse qualcosa in tedesco, qualcuno rise basso. Restarono solo Paolo e Mauro, nell’ombra tra il camion e l’asfalto.
Paolo gli rialzò i pantaloncini alla meglio, gli diede una pacca sul culo e gli parlò all’orecchio, la voce ancora roca:
«Bravo. Stasera ti sei fatto usare bene.»
Lo aiutò a salire in cabina. Mauro aveva le gambe che tremavano, la faccia ancora un po’ sporca, il culo pieno e pulsante. Paolo chiuse le porte, alzò i finestrini e lo tirò sulla cuccetta.
«Dormi così. Domani vediamo quanto sei ancora aperto.»
Mauro si accoccolò contro il petto peloso dello zio, il respiro ancora corto. Fuori, nella piazzola, i rumori dei camion continuavano, ma dentro la cabina c’era solo il calore di Paolo e l’odore di sesso che non se ne andava.
Il viaggio proseguiva. E Mauro, con le cosce ancora umide e il sapore di troppi uomini in bocca, si addormentò quasi subito.
La luce filtrava debole dalle tendine della cabina quando Paolo aprì gli occhi. Aveva ancora un braccio pesante intorno al corpo di Mauro, il petto peloso premuto contro la schiena del nipote. Lo guardò un momento, sornione, poi gli soffiò un bacio lento sul collo e un altro sull’angolo della bocca.
Mauro si svegliò con un mezzo sorriso già sulle labbra. Si voltò e ricambiò il bacio, più lungo, più umido. Quando si staccarono, parlò a voce bassa, ancora roca di sonno:
«Ieri è stato… bellissimo. Grazie a te sto provando cose che non avevo mai sentito.»
Paolo sorrise sotto la barba. Gli prese la mano e se la portò tra le gambe. Il cazzo era già duro, caldo, di marmo.
«Emozionanti con sto cazzo.»
Mauro scoppiò a ridere, una risata vera, libera. Lo spinse leggermente sulla schiena e si chinò. Gli aprì le cosce e gli prese il cazzo in bocca senza fretta. Paolo restò semi-sdraiato, ancora un po’ insonnacchiato, le gambe spalancate, una mano sui capelli biondi di Mauro. Il pompino fu lento, bagnato, attento. Quando venne, lo fece con un sospiro lungo, riempiendo la bocca del nipote.
«Buona colazione, piccolo.»
Si prepararono senza fretta. Mauro scese a lavarsi nei bagni della piazzola, si guardò un attimo allo specchio e tornò. Partirono. Direzione Germania.
Durante il viaggio Mauro chiese:
«Qual è il programma di oggi?»
Paolo tenne gli occhi sulla strada.
«Nel pomeriggio carichiamo in Germania. Poi abbiamo un appuntamento per la sera con Karim, il turco che abbiamo incontrato in Italia.»
Mauro sentì un brivido lungo la schiena.
«Che tipo di appuntamento?»
Paolo sorrise di lato.
«Stasera non dormiamo sul camion. Andiamo a casa di amici.»
Mauro non chiese altro. Restò a guardare i paesaggi che scorrevano, ma la mente era già altrove. Immaginava mani, bocche, corpi. Il cazzo gli si muoveva nei jeans solo a pensarci.
Nel pomeriggio caricarono il camion in un deposito tedesco e lo lasciarono in un’area sorvegliata. Una macchina scura li raggiunse dopo poco. Karim era al volante. Scese, salutò Paolo con una stretta di mano e un sorriso, poi si avvicinò a Mauro e gli diede un bacio pieno in bocca, senza preavviso. Lingua calda, sapore di sigaretta e gomma.
«Salam», mormorò contro le sue labbra.
Salirono in tre. Dopo una ventina di minuti arrivarono a una villetta bassa, in una zona residenziale tranquilla. Dentro li aspettavano altri due uomini.
Il primo si chiamava Emre: più alto di Karim, quasi un metro e novanta, spalle larghissime, petto coperto di peli scuri e folti, barba corta e curata, occhi neri che non si spostavano quasi mai da Mauro. Il secondo, Deniz, era un po’ più basso ma massiccio, braccia spesse, un tappeto di peli che gli scendeva dal petto fino sotto l’ombelico, cosce potenti, sguardo diretto e un sorriso che mostrava i denti bianchi.
Si presentarono. Mauro sentì già gli occhi di tutti e tre su di sé come mani. Ogni sguardo gli sembrava toccarlo sotto i vestiti.
Ordinarono pizze. Bevvero birra e un liquore dolciastro. Fumarono. Rimasero a chiacchierare in un mix di italiano, tedesco e turco, ridendo. L’aria era calda, piena di fumo e di odore di uomini.
Poi Paolo, sorridente e leggero come sempre, si alzò. Si tolse la maglietta, poi i pantaloni e i boxer. Restò nudo in mezzo al salotto, il cazzo già mezzo duro. Fece cenno a Mauro.
«Vieni.»
Mauro si avvicinò. Paolo gli mise una mano sulla spalla e lo fece inginocchiare. Davanti a tutti. Mauro aprì la bocca e cominciò a succhiarlo, lento, mentre i tre turchi guardavano in silenzio. Solo il suono umido della bocca e il respiro di Paolo.
Dopo pochi minuti Karim si alzò e si sfilò i vestiti. Emre e Deniz lo seguirono. Tre corpi scuri, pelosi, già duri. I cazzi erano diversi: Karim spesso e venato, Emre più lungo e scuro, con il glande largo, Deniz medio ma molto pieno, con le palle pesanti.
L’orgia cominciò senza bisogno di parole.
Mauro fu messo al centro del divano. Paolo gli restò dietro, le mani sulle sue cosce, aprendole. Karim gli si mise in bocca. Emre gli prese una mano e se la portò sul cazzo. Deniz si chinò e cominciò a leccargli il petto, i capezzoli, scendendo piano. L’odore era forte: sudore leggero, sapone, pelle calda, un sentore di spezie e di maschio.
Paolo gli sputò sulle dita e gliele infilò nel culo mentre Karim gli scopava lentamente la bocca. Mauro gemette intorno al cazzo, gli occhi già lucidi. Quando le dita dello zio lo ebbero aperto abbastanza, Emre si sistemò tra le sue gambe e spinse dentro. Il cazzo lungo e scuro entrò centimetro dopo centimetro. Mauro gettò la testa all’indietro, un gemito lungo che Karim soffocò spingendosi più a fondo.
Lo scoparono a turno.
Prima Emre, con colpi profondi e regolari, mentre Paolo gli teneva le gambe aperte e gli accarezzava il petto. Poi Deniz, più aggressivo, che lo girò a pecora e lo prese da dietro tenendolo per i fianchi, le palle che gli sbattevano contro. Karim gli restava in bocca, o gli strofinava il cazzo sulla faccia, o gli leccava le ascelle e il collo. Paolo non si faceva da parte: ogni tanto riprendeva il culo di Mauro per qualche minuto, o gli metteva le dita in bocca insieme al cazzo di qualcuno, o lo baciava mentre gli altri lo usavano.
I pensieri di Mauro erano un disordine caldo. Sentiva ogni vena, ogni spinta, ogni odore diverso. Il sapore di tre cazzi diversi in bocca. Il calore di tre corpi pelosi che lo coprivano. Le mani ovunque: sui capezzoli, sulle natiche, sul cazzo, nei capelli. Ogni volta che qualcuno veniva dentro di lui o sulla sua schiena o sulla sua faccia, un nuovo brivido lo attraversava. Non voleva che finisse.
A un certo punto lo misero a cavalcioni di Emre, il cazzo lungo sepolto fino in fondo. Deniz si mise dietro e, con calma e sputi, spinse anche il suo accanto a quello dell’altro. Mauro aprì la bocca in un grido muto. Era pieno come non aveva mai immaginato. Paolo gli si mise davanti e gli riempì la bocca, tenendogli la testa. Tre cazzi dentro di lui allo stesso tempo. L’odore di sesso era diventato denso, quasi visibile. Il salotto era pieno di gemiti, di pelle che sbatteva, di respiri affannati.
Mauro venne così, senza che nessuno gli toccasse il cazzo, solo per la pressione e per il fatto di essere usato da tutti. Le contrazioni lo strinsero intorno ai due cazzi che lo riempivano. Emre e Deniz vennero quasi insieme, riempiendolo ancora di più. Paolo lo seguì, scaricandosi in gola.
Quando finalmente si staccarono, Mauro restò disteso sul divano, le gambe aperte, il culo che pulsava e lasciava uscire sborra mista, il petto che saliva e scendeva in fretta. Gli occhi erano socchiusi, le labbra rosse e lucide. Tremava ancora di eccitazione, ma era un tremare di piacere, non di paura.
Paolo gli si sedette accanto, gli accarezzò i capelli bagnati di sudore e gli parlò all’orecchio, la voce bassa e soddisfatta:
«Visto? Stasera non si dorme sul camion.»
Karim, Emre e Deniz erano ancora nudi, ancora semi-duri, e lo guardavano come se non avessero ancora finito.
E Mauro, perso in quel calore e in quegli odori, sapeva che avevano ragione.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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